giovedì 18 dicembre 2014

Io credo in Gesù Cristo ma non nella Chiesa

Qui di seguito una catechesi di Giovanni Paolo II sul legame tra Cristo e la Chiesa, per dare una possibilità di conoscere la positività di questo rapporto e la contraddizione dell'assioma "Cristo sì, la Chiesa no".

GIOVANNI PAOLO II
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 24 luglio 1991

1. Stiamo inoltrandoci verso il ciclo di catechesi dedicate alla Chiesa. Abbiamo già spiegato che la professione di questa verità nel Simbolo presenta un carattere specifico, in quanto la Chiesa non è soltanto oggetto della fede ma anche il suo soggetto: noi stessi siamo la Chiesa che professiamo di credere; noi crediamo nella Chiesa essendo contemporaneamente la Chiesa credente e orante. Noi siamo la Chiesa nella sua visibilità che esprime la propria fede nella sua stessa realtà di Chiesa, che è divina e umana: due dimensioni così inseparabili tra loro, che, se ne cadesse una, si annullerebbe tutta la realtà della Chiesa, così come l’ha voluta e fondata Gesù Cristo.
Questa realtà divino-umana della Chiesa è organicamente congiunta alla realtà divino-umana di Cristo stesso. La Chiesa è in un certo senso la continuazione del mistero dell’Incarnazione. Difatti l’apostolo Paolo diceva della Chiesa che è il Corpo di Cristo (cf. 1 Cor 12, 27; Ef 1, 23;Col 1, 24), come Gesù paragonava il “tutto” cristico-ecclesiale all’unità della vite con i suoi tralci (cf. Gv 15, 1-5).
Da questa premessa deriva che il credere nella Chiesa, il pronunciare nei suoi riguardi il “sì” dell’accettazione di fede, è una logica conseguenza dell’intero “Credo”, ed in particolare della professione di fede in Cristo, Uomo-Dio. È una esigenza logica interna al Credo, che dobbiamo aver presente particolarmente ai nostri giorni, quando sentiamo molti fare la separazione, e persino la contrapposizione, tra Chiesa e Cristo, quando per esempio dicono:Cristo-sì, la Chiesa-no. Una contrapposizione non del tutto nuova, ma rilanciata in alcuni ambienti del mondo contemporaneo. È dunque bene dedicare l’odierna catechesi ad un sereno ed accurato esame del significato del nostro sì alla Chiesa, anche in relazione alla contrapposizione appena menzionata.
2. Possiamo ammettere che questa contrapposizione Cristo-sì, Chiesa-no nasce sul terreno di quella particolare complessità del nostro atto di fede, col quale diciamo: “Credo Ecclesiam”. Ci si può chiedere se sia legittimo includere tra le verità divine da credere una realtà umana, storica, visibile come la Chiesa; una realtà che, come ogni cosa umana, presenta limiti, imperfezioni, peccaminosità nelle persone appartenenti a tutti i livelli della sua struttura istituzionale: sia nei laici che negli ecclesiastici, persino in noi pastori della Chiesa, senza che nessuno sia escluso da questa triste eredità di Adamo.
Dobbiamo però costatare che Gesù Cristo stesso ha voluto che la nostra fede nella Chiesa affronti e superi questa difficoltà, quando ha scelto Pietro come “pietra sulla quale edificare la sua Chiesa” (cf. Mt 16, 18). Si sa dal Vangelo, che riporta le stesse parole di Gesù, quanto fosse umanamente imperfetta e fragile la roccia prescelta, come Pietro dimostrò al momento della grande prova. E tuttavia il Vangelo stesso ci attesta che la triplice negazione compiuta da Pietro, poco tempo dopo le assicurazioni di fedeltà date al Maestro, non ha cancellato la sua elezione da parte di Cristo (cf. Lc 22, 32; Gv 21, 15-17). Si può invece notare che Pietro raggiunge una nuova maturità attraverso la contrizione per il suo peccato, così che, dopo la risurrezione di Cristo, può bilanciare la sua triplice negazione con la triplice confessione: “Signore, tu lo sai che io ti amo” (Gv 21, 15), e può ricevere da Cristo risorto la triplice conferma del suo mandato di pastore della Chiesa: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15-17). Pietro, poi, diede prova di amare Cristo “più degli altri” (cf. Gv 21, 15) servendo nella Chiesa, secondo il suo mandato di apostolato e di governo, sino alla morte per martirio, questa sua definitiva testimonianza per l’edificazione della Chiesa.
Riflettendo sulla vita e sulla morte di Simon Pietro, è più facile passare dalla contrapposizioneCristo-sì, Chiesa-no alla convinzione Cristo-sì e Chiesa-sì, come prolungamento del sì a Cristo.
3. La logica del mistero dell’Incarnazione - sintetizzata in quel “sì a Cristo” - comporta l’accettazione di tutto ciò che nella Chiesa è umano, per il fatto che il Figlio di Dio assunse la natura umana, in solidarietà con la natura contaminata dal peccato nella stirpe di Adamo. Pur essendo assolutamente senza peccato, egli prese su di sé tutto il peccato dell’umanità: Agnus Dei qui tollit peccata mundi. Il Padre “lo trattò da peccato in nostro favore”, scriveva l’apostolo Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi (2 Cor 5, 21). Perciò la peccaminosità dei cristiani (dei quali si dice, a volte non senza ragione, che “non sono migliori degli altri”), la peccaminosità degli stessi ecclesiastici non deve suscitare un atteggiamento farisaico di separazione e di rifiuto, ma deve piuttosto spingerci a una più generosa e fidente accettazione della Chiesa, a un sì più convinto e più meritorio in suo favore, perché sappiamo che proprio nella Chiesa e mediante la Chiesa questa peccaminosità diviene oggetto della potenza divina della redenzione, sotto l’azione di quell’amore che rende possibile e realizza la conversione dell’uomo, la giustificazione del peccatore, il cambiamento di vita e il progresso nel bene a volte sino all’eroismo, cioè alla santità. Come negare che la storia della Chiesa è piena di peccatori convertiti e penitenti, che, una volta tornati a Cristo, lo hanno seguito fedelmente sino alla fine?
Una cosa è certa: la via che Gesù Cristo - e la Chiesa con lui - propone all’uomo è carica diesigenze morali, che impegnano al bene, fino alle vette dell’eroismo. Bisogna dunque fare attenzione se, quando si pronuncia un “no alla Chiesa”, in realtà non si cerchi di sfuggire a quelle esigenze. In questo più che in ogni altro caso, il “no alla Chiesa” equivarrebbe a un “no a Cristo”. Purtroppo l’esperienza dice che molte volte è così.
D’altra parte non si può non osservare che se la Chiesa - nonostante tutte le debolezze umane e i peccati dei suoi membri - nel suo insieme rimane fedele a Cristo, e riporta a Cristo molti suoi figli venuti meno agli impegni del loro battesimo, ciò avviene grazie alla “potenza dall’alto” (cf. Lc 24, 49), lo Spirito Santo, che la anima e la guida nel suo periglioso cammino nella storia.
4. Dobbiamo però aggiungere che il “no alla Chiesa” viene talvolta basato, non sui difetti umani dei membri della Chiesa, ma su un principio generale di rifiuto di mediazione. C’è infatti gente che, ammettendo l’esistenza di Dio, vuole instaurare con lui contatti esclusivamente personali, senza accettare nessuna mediazione tra la propria coscienza e Dio, e quindi rifiutando prima di tutto la Chiesa.
Si badi, però: la valorizzazione della coscienza sta a cuore anche alla Chiesa, che, sia nell’ordine morale, sia sul piano più specificamente religioso, ritiene di essere portavoce di Dio per il bene dell’uomo, e quindi illuminatrice, formatrice, ministra della coscienza umana. Il suo compito è di favorire l’accesso delle intelligenze e delle coscienze alla verità di Dio, che si è rivelata in Cristo, il quale ha affidato agli Apostoli e alla Chiesa questo ministero, questadiaconia della verità nella carità. Ogni coscienza, animata da un sincero amore della verità, non può non desiderare di sapere e quindi di ascoltare - almeno questo - ciò che il Vangelo predicato dalla Chiesa dice all’uomo per il suo bene.
5. Ma spesso il problema del sì o del no alla Chiesa si complica proprio a questo punto, perché è la stessa mediazione di Cristo e del suo Vangelo che viene rifiutata: sicché si tratta di un no a Cristo, più ancora che alla Chiesa. Un tale fatto è da prendere in seria considerazione da parte di chi ritiene di essere e vuole essere cristiano. Egli non può ignorare il mistero dell’Incarnazione, per il quale Dio stesso ha concesso all’uomo la possibilità di stabilire un contatto con lui solo mediante il Cristo, Verbo Incarnato, del quale dice San Paolo: “Uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1 Tm 2, 5). E che fin dall’inizio della Chiesa gli Apostoli predicavano che “non vi è (fuori di Cristo) altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12). E che Cristo istituì la Chiesa come una comunità di salvezza, nella quale si prolunga sino alla fine dei secoli la sua mediazione salvifica in virtù dello Spirito Santo da lui mandato. Il cristiano dunque sa che secondo la volontà di Dio l’uomo - il quale, proprio come persona, è un essere sociale - è chiamato ad attuare il contatto con lui proprio nella comunità della Chiesa. E che non è possibile separare la mediazione dalla Chiesa, la quale partecipa della funzione di Cristo come mediatore tra Dio e gli uomini.
6. Non possiamo, infine, ignorare che il “no alla Chiesa” molto spesso ha radici ancora più profonde, sia nelle persone singole sia nei gruppi umani e negli ambienti - specialmente in certi settori di vera o presunta cultura - dove non è difficile, oggi come e forse più che in altri tempi, trovare atteggiamenti di rifiuto o addirittura di ostilità. In fondo si tratta di una psicologia caratterizzata dalla volontà di una totale autonomia, nascente dal senso dell’autosufficienza personale o collettiva, per cui ci si ritiene indipendenti dall’Essere sovrumano che viene proposto - o anche interiormente scoperto - come autore e signore della vita, della legge fondamentale, dell’ordine morale, e quindi come fonte della distinzione tra il bene e il male. C’è chi pretende di stabilire da sé ciò che è buono o cattivo, e rifiuta quindi di essere “eterodiretto”, sia da un Dio trascendente sia da una Chiesa che lo rappresenta in terra.
Questa posizione proviene generalmente da una grande ignoranza della realtà. Dio viene concepito come un nemico della libertà umana, come un padrone tirannico, mentre è proprio Lui ad aver creato la libertà e ad esserne il più autentico amico. I suoi comandamenti non hanno altro scopo se non di aiutare gli uomini a evitare la peggiore e più vergognosa delle schiavitù, quella dell’immoralità, e di favorire lo sviluppo della vera libertà. Senza una relazione fiduciosa con Dio non è possibile alla persona umana attuare pienamente la propria crescita spirituale.
7. Non c’è quindi da stupirsi quando si osserva che un atteggiamento di radicale autonomismo produce facilmente una forma di soggiogamento ben peggiore della paventata “eteronomia”: cioè la dipendenza da opinioni altrui, da vincoli ideologici e politici, da pressioni sociali; o dalle proprie inclinazioni e passioni. Quante volte chi crede di essere e si vanta di essere un indipendente, un uomo libero da ogni servitù, si rivela poi così soggiacente all’opinione pubblica e alle altre forme antiche e nuove di dominio sullo spirito umano! È facile constatare che ha un prezzo molto alto il tentativo di fare a meno di Dio, o la pretesa di prescindere dalla mediazione di Cristo e della Chiesa. Era necessario richiamare l’attenzione su questo problema per concludere la nostra introduzione al ciclo di catechesi ecclesiologiche a cui ora daremo inizio. Oggi ripetiamo ancora una volta: “sì alla Chiesa”, proprio in forza del nostro “sì a Cristo”.

domenica 14 dicembre 2014

La mia vocazione


Tutto cominciò quando avevo 11 anni. Un compagno di classe mi invitò all’oratorio e poi anche a fare il chierichetto. Accadde così che mentre svolgevo il mio servizio all’altare iniziai ad ascoltare con attenzione le parole che il sacerdote pronunciava durante la Messa e capii che quelle parole erano rivolte a Dio in nome del popolo. Tra me e me pensai: “Se si rivolge a Dio è un pazzo, oppure Dio esiste veramente! Se Dio esiste allora ci si può rivolgere a Lui”. 
Fino a quel momento infatti, io non frequentavo la parrocchia e nessuna chiesa e non mi ero mai messo il “problema” di Dio, nonostante pochi anni addietro avessi ricevuto la Prima Comunione. Nella mia famiglia, infatti, fino a quel momento, nessuno frequentava la chiesa e nessuno percorreva un cammino di fede. Feci questa preghiera: “Dio della Messa, se esisti, fatti sentire anche da me”. La risposta arrivò qualche mese dopo, quando, quasi improvvisamente, iniziai ad avvertire una presenza fortissima dentro di me, così forte che non ebbi nessun dubbio, anche se a 11 anni: Qualcuno aveva preso dimora dentro di me. Capii che il Dio della Messa esisteva e aveva risposto, e in quel momento iniziò a formarsi dentro di me anche un’altra consapevolezza: se Dio esisteva ed era capace di farsi sentire così forte, allora valeva la pena dare tutta la vita per Lui. In quegli anni fu molto importante la presenza di quel sacerdote di cui parlavo sopra, il quale con molta amorevolezza si dimostro sempre disponibilissimo nei miei confronti per spiegarmi tutte le mie curiosità su Dio, sulla Chiesa. Anche lui era un innamorato di Dio e ciò che io iniziai a sentire in quel periodo, in lui era ormai consolidato da tanti anni e da tanta esperienza. Oggi dico: grazie a Dio che ha messo nella mia strada un simile sacerdote! In seguito entrai in seminario, poi uscii e rientrai di nuovo, poiché in effetti la vocazione doveva fare i conti con la mia turbolente adolescenza. Già allora mi piaceva molto leggere, e tra le tante letture mi colpirono in particolare due: la figura di p. Cristoforo ne I promessi sposi, una biografia di san Francesco d’Assisi. Questi temi fecero nascere in me il desiderio di consacrarmi a Cristo attraverso la vita francescana e questo si rese possibile attraverso la conoscenza di un'altra persona: un sacerdote che era anche frate. La “frittata” era fatta. Dopo due anni da quest’ultima conoscenza, lasciai il seminario per entrare in convento all’età di 19 anni. Da quel giorno sono passati altri 17 anni e quella Presenza fortissima non se n’è più andata, ha stravolto la mia vita e ne sono felice! Nonostante i miei limiti e le mie difficoltà e i tanti errori, sento di essere amato gratuitamente e di essere chiamato a restituire lo stesso amore.

Fonte: lamiavocazione.it

mercoledì 27 giugno 2012

Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia...


LAUS DEO!




PONTIFICIA UNIVERSITAS ANTONIANUM

Facultas Theologiae - Specializatio in Spiritualitate

Fabrizio Congiu

ha difeso la tesi dottorale

Storiografia sui Frati Minori Cappuccini di Sardegna 
(1828-1999)

Lunedì 25 giugno 2012 
(aula Sant’Antonio) 




giovedì 1 dicembre 2011

Laconi. Benvenuto Padre Fabrizio!




La Comunità parrocchiale laconese il 21 Ottobre era doppiamente in festa. Per il 60° anniversario della canonizzazione di Sant’Ignazio, e per l’ingresso ufficiale di Padre Fabrizio Congiu come nuovo Parroco. È il 26° parroco dal 1583. Nei 54 anni di presenza dei frati nel nostro paese, è il 10° cappuccino a guidare la comunità. Ha presieduto la solenne concelebrazione Mons. Umberto Lai, Vicario generale. Erano presenti Padre Salvatore Murgia (Provinciale Cappuccini), alcuni definitori e diversi cappuccini che hanno concelebrato. Ad accompagnare Padre Fabrizio, in quest’importante momento, la madre, e i fratelli giunti da Cagliari. Non è mancata la vicinanza di tanti parenti e amici che sono voluti essere presenti per dimostrare a P. Fabrizio il loro affetto. Hanno partecipato: il sindaco Paolo Pisu, il vice Gianni Murgia e altri membri della giunta; il maresciallo Massaglia dei Carabinieri, il dott. Ennio Filigheddu, Direttore generale dell’Azienda Ospedaliera universitaria di Cagliari e il dott. Piero Tamponi, Direttore amministrativo della stessa, essendo stato Padre Fabrizio, fino a poco fa tempo cappellano dell’Ospedale San Giovanni di Dio. La Solenne Concelebrazione è stata molto partecipata. L’omelia è stata d’ampio respiro ecclesiologicopastorale. Al novello parroco hadetto: “Stiamo celebrando l’anniversario della canonizzazione di Sant’Ignazio. Egli era un illetterato, ma è stato un annunciatore del Vangelo, che si può annunziare in tanti modi. Con la sapienza della Parola, del linguaggio forbito ma anche con il silenzio, con le parole dette sottovoce, soprattutto con una testimonianza convinta dei valori che con la Parola si annunziano”. Ai parrocchiani ha augurato di “poter incontrare in Padre Fabrizio un fratello che v’indica la strada che ci conduce a Dio, anzi che vi aiuti a scoprirLo già presente tra voi. Molte volte Dio è vicinissimo e non ce n’accorgiamo”. Padre Fabrizio, riprendendo un passaggio dell’ultima lettera Pastorale di Mons. Sanna: “Non c’è né un momento, né un luogo sacro per operare il bene, ma tutti i momenti e tutti i luoghi sono sacri, perché in tutti i momenti e in tutti i luoghi si può far sentire la voce dello Spirito”. “Tutte le persone sono sacre! Nessuno più o meno peccatore che sia, è talmente lontano che non possa sentire la voce di Dio”. Padre Fabrizio, 33 anni, cagliaritano, è presbitero dal 12 Aprile 2007. Nel 2006 ha conseguito il Baccalaureato presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Ha proseguito i suoi studi nel Collegio Internazionale S. Lorenzo a Roma, dove nel 2008 ha ottenuto la Licenza in Teologia Spirituale e Francescanesimo. È docente di Teologia Spirituale nella Facoltà Teologica del Sacro Cuore, a Cagliari. Al termine della Santa Messa i presenti si sono ritrovati nel salone della Casa del Pellegrino per un rinfresco, offrendo l’occasione di incontrarsi e, di salutare il novello parroco. La fraternità di Laconi è composta da: Padre Fabrizio Congiu (Parroco e Guardiano), Padre Mario (vice parroco e vicario), Padre Isidoro (vicario parrocchiale), Padre Andrea (vicario parrocchiale e responsabile dell’Oasi Francescana Sant’Ignazio da Laconi), frà Danilo (religioso professo). Un cordiale ringraziamento a Padre Mario che ha guidato la comunità parrocchiale da Luglio 2010 ad Ottobre 2011. Il Signore lo ricompensi, come afferma Gesù nel Vangelo di Luca, con « una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo », per il suo generoso e amorevole servizio, nonostante i tanti problemi di salute. La sua attività pastorale a servizio dei fedeli laconesi è stata testimonianza silenziosa ma profondamente eloquente di come si possa vivere la malattia alla luce della Fede.
Fabio Murgia
L'Arborense

mercoledì 2 novembre 2011

Nuovo parroco a Laconi



Mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, il 1 0ttobre 2011, ha nominato parroco di Laconi il nostro confratello P. Fabrizio Congiu, designato per questo ufficio dal P. Provinciale con il consenso del suo definitorio. Il 21 ottobre P. fabrizio ha preso possesso ufficialmente del suo nuovo incarico nel corso di una solenne concelebrazione presieduta dal vicario generale della diocesi, Mons. Umberto Lai, alla presenza di sacerdoti diocesani e di confratelli di diverse fraternità. P. Fabrizio Congiu è nato a Cagliari il 21.3.1978, ha emesso la sua professione temporanea il 09.09.2000, quella perpetua il 14.09.2003, ed è stato ordinato sacerdote il 12.04.2007. Licenziato a Roma in teologia Spirituale, insegna Spiritualità alla facoltà di teologia di Cagliari. Cappellano all’Ospedale S. Giovanni di Dio, lascia questo incarico per assumere quello di Pastore della Parrocchia di Laconi. a P. Fabrizio auguriamo un fecondo apostolato.

Il Foglio (Novembre 2011)


giovedì 27 ottobre 2011

A Laconi sulle orme di Sant’Ignazio:
“La nostra direzione è l’eternità”
di Sergio Nuvoli in Il Portico (30/10/2011)


Padre Fabrizio Congiu è il nuovo guardiano e parroco nelpaese del santo più amato.



Frate cappuccino, 33 anni, cagliaritano:
“Tutte le persone sono sacre, nessuno è così lontano da non sentire la chiamata di Dio”



UN FRATE CAPPUCCINO cagliaritano di 33 anni è il nuovo parroco di Laconi: si tratta di padre Fabrizio Congiu, che nei giorni scorsi è stato introdotto nella nuova sede da mons. Umberto Lai, vicario dell'arcivescovo di Oristano Ignazio Sanna. Nato il 21 marzo '78 a Cagliari e prete dall'aprile 2007, il neoparroco collaborava finora con padre Emiliano nella cura degli ammalati tra le corsie del San Giovanni di Dio. Ora il nuovo incarico affidatogli dal Provinciale dei cappuccini sardi, padre Salvatore Murgia. Nel curriculum padre Fabrizio vanta tra l'altro gli studi per la specializzazione in Spiritualità all'Antonianum e un diploma di archivista dell'Archivio Segreto Vaticano conseguito nel 2008, oltre che periodi di studio all'estero (ha studiato anche alla Sorbona). Giornalista pubblicista, attualmente insegna in Facoltà teologica. Data davvero particolare per l'ingresso, coincidente con il sessantesimo anniversario della canonizzazione di Sant'Ignazio: “Quello di padre Fabrizio - ha detto padre Murgia presentandolo ai tanti laconesi presenti in chiesa - è un ingresso di servizio fatto nella preghiera. L'augurio è di consumare la sua vita dandosi completamente al paese”. Dopo il saluto del sindaco, Paolo Pisu, che ha assicurato “leale e correttorapporto istituzionale e personale” e definito Laconi la “piccola Assisi sarda”, il vicario di mons. Sanna ha sottolineato come “il parroco venga inviato alla comunità in nome di Dio e in nome della Chiesa. Cristo continua ad essere presente attraverso l'opera delle persone che operano nella Sua Chiesa: padre Congiu è un giovane sacerdote in continuità di fede, unità e comunione ecclesiale”. Ai fedeli del paese l'augurio “che possano incontrare in lui il Buon Pastore, un fratello che vi aiuti a scoprire Cristo presente nella vostra vita”. L'eco di parole sentite quattro anni fa quando,ordinandolo sacerdote, l'Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani richiamò il concetto espresso da Giovanni Paolo II in “Dono e Mistero”, con le due dimensioni del sacerdozio: “dono”, perché da tutta l'eternità Dio ha pensato evoluto che Fabrizio diventasse suo sacerdote, e “mistero”, perché solo il Signore sa la grandezza, la profondità e la bellezza di questo dono”. Hanno concluso la celebrazione le parole del neoparroco, che esprimendo un profondo senso di gratitudine per “l'amore con cui Dio mi coinvolge da tanti anni, cercando di sciogliere la durezza del mio cuore”, ha accennato le linee pastorali incentrate sulla parola di Dio, sulla tradizione e sul Magistero. Un programma concreto ma anche impegnativo, per camminare sulle orme di Sant'Ignazio: “Tutte le persone sono sacre: nessuno è tanto lontano da non sentire la voce di Dio. La direzione della nostra strada - ha concluso padre Fabrizio - è l'eternità”.














sabato 28 novembre 2009