lunedì 25 maggio 2015

Papa Francesco e i carcerati...

                                                                           Foto Famiglia Cristiana


"Mi commuovo anche quando vado in carcere. Dei tre Giovedì Santi che ho celebrato qui, in due sono stato a delle carceri, una volta a quello minorile e la seconda volta a Rebibbia. E anche in altre città italiane che ho visitato sono stato nelle carceri, ho mangiato con i carcerati, e mentre parlavo con loro mi veniva questo pensiero: anche io potrei essere qui. Come dire che nessuno di noi è sicuro che mai commetterà un crimine, qualcosa che lo renda carcerato. Mi chiedo dunque perché Dio ha permesso che io non fossi in carcere. Provo dolore per loro, ringrazio Dio di non essere lì, e a volte sento che questo ringraziamento è anche conveniente, perché loro non hanno avuto la possibilità che ho avuto io... Questo mi porta al pianto interiore. Lo avverto molto..." (Fonte: Vatican Insider)

giovedì 21 maggio 2015

Dalla parte di chi soffre...





Soffre chi ha subito un'ingiustizia, soffre chi è in carcere, soffre chi ogni giorno sente fuoriuscire il sangue da una ferita aperta. La Chiesa è nata da una ferita aperta di chi ha deciso di portare su di sé tutte le ferite e le ingiustizie di questo mondo. Davanti allo scandalo sembra rimbombare continuamente dentro ognuno di noi quel grido straziante: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". E' il grido di chi ha perso tutto, anche i migliori amici che davanti agli insopportabili scandali e alla più cruda sofferenza non hanno avuto più il coraggio di stargli vicino. Diceva Gesù che "...è inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno". Allora anche la Chiesa di oggi deve avere il coraggio di tagliare e gettare via la parte che procura scandalo, senza nascondersi. Ma la Chiesa non è fatta solo di scandali. Tanti cristiani, e tra essi tanti sacerdoti, ogni giorno si impegnano per cercare di mettere in pratica il Vangelo, senza far rumore, e non devono aver paura di stare sotto la Croce. La Chiesa vuole e deve stare dalla parte di chi soffre, anche a costo di una ferita aperta che diventa mortale. Questa è la sua missione.

lunedì 11 maggio 2015

Per una diversa visione di democrazia...





Ho appena votato per la prima volta presso il seggio elettorale dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna, di cui faccio parte come pubblicista. Appena sono arrivato ho pagato la tassa annuale e mi sono recato al seggio dove mi è stata porta la scheda elettorale.
Mentre mi accingo a scrivere, subito una segretaria mi propone un nome da votare come revisore dei conti, al che io le ho chiesto cosa intendesse esattamente, e lei mi ha risposto che, se volevo, potevo votare quel nome. Al che io le ho detto: “Mi sta dando un’indicazione di voto?”. Lei risponde: “Sì, se vuole”. Ok! La mia attenzione si rivolge di nuovo alla scheda elettorale e con mia sorpresa non ci sono da apporre solo due nomi (me ne ero erroneamente preparati solo due) ma tre, quindi chiedo agli scrutatori la lista ufficiale dei candidati (che dovrebbe comprendere, in questo caso, tutti i pubblicisti), ma essi mi hanno risposto che non ve n’era e mi hanno passato un bigliettino un po’ sgualcito dove c’era scritto: “Per il consiglio direttivo: Priamo Tolu, Gianmario Sias, Mario Girau. Per il revisore dei conti: Francesco Fiori”.
Quindi ho chiesto agli scrutatori se questi erano i candidati 'ufficiali', e quasi tutti mi hanno risposto che si erano candidati solo loro. Ho terminato la mia votazione e ho inserito la scheda nell’apposita scatola. Ho salutato e me ne sono andato. Appena ho messo piede fuori dalla sede dell’Ordine ho chiamato un collega e gli ho chiesto se tutto questo era normale e lui mi ha risposto che è sempre stato così. Io gli ho detto che avrei scritto per far conoscere questa situazione e lui mi ha risposto che non me lo avrebbe pubblicato nessuno. Allora ho deciso di scrivere per raccontare la mia prima giornata di voto all’Ordine dei giornalisti della Sardegna. Mentre sedevo in macchina mi sono venute in mente le parole del presidente uscente, Filippo Peretti, in occasione della relazione di fine mandato: “La crisi sta indebolendo il sistema complessivo dell’informazione, spetta innanzitutto ai giornalisti il compito di difendere e rafforzare l’autonomia e il ruolo di una professione essenziale in un sistema democratico”.
Allora ho pensato che il miglior modo per difendere e rafforzare l’autonomia e il ruolo del giornalisti sarebbe innanzitutto quello di eleggere normalmente chi assume il compito di dirigere l’Ordine, in questo caso a livello regionale. Se le elezioni non vengono eseguite a norma di legge, e quindi non viene eletto democraticamente il direttivo dell’Ordine, difficilmente si potrà parlare di “sistema democratico”, tanto meno di difesa e rafforzamento del ruolo di giornalista.

mercoledì 6 maggio 2015

Solo un po' di umanità...

Scusi, per favore, permesso, buongiorno, non esistono quasi più! Ho il mal di pancia mentre passo nelle corsie dell’ospedale (ma, ne son sicuro, anche in altri ambienti), e non perché abbia bisogno di una visita in gastroenterologia, ma perché incrociare medici, infermieri, oss e tutte le categorie che ruotano intorno a questa struttura senza sentire le citate paroline magiche del galateo mi fa restringere l’interno dello stomaco. Ho parlato e parlo più o meno tutti i giorni con centinaia di persone ricoverate o che vengono in ospedale per una visita o per un prelievo, o più semplicemente per ritirare un referto che a volte qualcuno vorrebbe non aver mai letto, e se c’è una cosa che lamentano,  è proprio questa mancanza di educazione. 

Ma ancora più in profondità non si tratta semplicemente di galateo, manca – ed in un ospedale è gravissimo – l’umanità. I gesti di accoglienza sono fondamentali nella cura del paziente, ed inoltre un saluto, un sorriso o un semplice gesto sono gratuiti, fanno bene a chi li riceve ma anche a chi li dà. Sì è vero, lo vediamo bene tutti i giorni, a volte certe situazioni ti fanno perdere proprio la pazienza, ma deve essere un’eccezione, non la regola. Che cosa costa dire buongiorno, permesso, mi scusi, per favore? E se l’altro non risponde io non posso scendere allo stesso livello, io ci devo credere che è meglio essere umani. 

Tra colleghi, con i pazienti e con i parenti occorre favorire il dialogo anche attraverso la semplicità dei piccoli gesti quotidiani, questo aiuterebbe non poco perfino la terapia scientificamente più avanzata! E i medici lo sanno bene! Vedo tantissimi giovani che scelgono di intraprendere la strada della medicina, dell’infermieristica o socio-sanitaria, bene, benissimo! Ma insegniamo loro, ed essi imparino, che l’umanità è una parte fondamentale della cura ospedaliera, dove, a confronto, le tecniche più avanzate potrebbero non servire, perché a volte, le persone umane, preferiscono lasciarsi andare che vivere con i disumani. Per favore, nessuno si offenda per ciò che ho scritto, ma se ho offeso qualcuno chiedo scusa. Buona giornata!

Papa Francesco e vigilantes

Dispiace che proprio dai dei confratelli sacerdoti venga indirizzato ad altri sacerdoti attraverso i giornali un invito al dialogo nei confronti dei clochard. Senza voler giudicare nessuno a volte sembra proprio che piaccia apparire ad ogni costo. Forse che la Chiesa di Cagliari e qualsiasi altra Chiesa in Sardegna non è impegnata nel fronte del dialogo e dell’aiuto ai più bisognosi? Quante persone di buona volontà collaborano silenziosamente con le parrocchie per venire incontro alle necessità dei più bisognosi! Le parole dei confratelli sono in tal senso molto parziali. Tanti cittadini sanno che se non ci fosse l’operato della Chiesa molti indigenti “farebbero la fame”! Ma non bisogna mettere in mostra quello che fa la Chiesa, bensì difenderla da chi parla senza conoscere abbastanza ciò di cui parla. Questi è anche il caso del sig. Pisano che sembra conoscere tutte le parrocchie e addirittura cita papa Francesco per catechizzare in casa dei catechisti: grazie comunque, non si finisce mai di imparare! Ma veniamo al dunque. I “vigilantes” presenti in alcune chiese sono delle persone che aiutano ad evitare incresciosi episodi come quelli che già si sono verificati tantissime volte e di cui le pagine del vostro giornale quasi tutti i giorni riportano notizia: furti, scippi e violenze di vario genere. E sui giornali compaiono la minor parte! Il dialogo c’è sempre, perché si fa la semplice equazione vigilantes uguale mancanza di dialogo? Spesso tante di queste persone più bisognose sono collaboratori delle attività parrocchiali, quando anch’essi sono disponibili al dialogo come hanno fatto quei clochard che hanno aiutato papa Francesco a distribuire i vangeli in piazza san Pietro. I vigilantes non sono presenti per usare violenza contro di loro o per interrompere un dialogo che è già stato intrapreso molto prima che Francesco diventasse papa, sono lì per prevenire tutti quei fatti che purtroppo, a causa delle violenze messe in atto, nulla hanno a che vedere col dialogo. La maggior parte dei fedeli che frequentano e che ben conosce la realtà dei fatti, ha compreso molto bene che non si vuole allontanare nessuno, ma semplicemente porre rimedio ad una situazione a volte insostenibile e ai limiti della legalità. Altro che molestie!

Competenze...

http://www.religiocando.it/fileXLS/Chiesa/oggetti_paramenti_sacri/oggetti_paramenti_sacri_disegni/mitria_pastorale_2.jpg 



Oltre che un ecclesiastico sono un cittadino come tutti, e mi chiedo: come mai un mezzo di informazione civile come L'Unione Sarda continua a mandare avanti una campagna denigratoria a senso unico contro il già arcivescovo Mani? Perché dopo tre anni dal fine mandato si leggono ancora articoli contro un presule che su uno strumento mediatico tra i più importanti in Sardegna è sempre stato presentato in maniera negativa? Chi ha detto che pochi rimpiangono la persona e l'operato di Giuseppe Mani? E soprattutto, visto che L'Unione Sarda, come maggior quotidiano sardo è uno dei più importanti "luoghi" culturali dell'Isola, colui al quale è permesso scrivere queste cose, ha competenza e titoli a sufficienza per poter valutare la persona e l'operato di un vescovo cattolico? Codesta persona ha titoli e competenze per poter definire una curia "una caserma"? Basta denigrare persone e luoghi della Chiesa cattolica, perché nella Chiesa cattolica siamo in tanti, e ci accorgiamo e capiamo quando le affermazioni vanno sempre e solo verso un'unica direzione. Neanche noi ci stiamo a che venga data voce soltanto a chi si sente (senza titoli e competenze) autorizzato a screditare un solo vescovo. Viene addiritura da chiedersi, visto che si dà voce solo a queste persone, se per caso mons. Mani non abbia pestato i piedini a qualche responsabile di questo quotidiano, ma sarebbe troppo malizioso e la malizia la lasciamo a chi non ha buone intenzioni.

venerdì 16 gennaio 2015

BASTA! IO NON SONO CHARLIE...






Noi cattolici non possiamo continuare a tacere davanti alla mancanza di libertà religiosa! Tutti abbiamo condannato e continuiamo a condannare qualsiasi atto di violenza, ancor di più se di matrice terroristica. Ma non chiedetemi, in nome dell'antiviolenza di giustificare la blasfema e oltraggiante satira di Charlie Hebdo! In diversi paesi del mondo la "satira" di quel giornale è un reato perché si tratta di blasfemia e/o vilipendio alla religione. Ma possiamo permettere che chiunque continui a pubblicare oscenità di quel genere? Questa è libertà? Hanno pure avuto l'ardire di affermare che i musulmani o gli estremisti musulmani non hanno il senso dell'humour perché non sanno ridere di sé stessi! Provi qualche benpensante a guardare una vignetta dove la propria madre viene caricaturata in atti osceni con uno sconosciuto  per vedere se gli viene da ridere (e questa non sarebbe la migliore delle ipotesi, in senso ironico ovviamente).

Poi è arrivata l'apologia di terrorismo, perché guardacaso proprio un comico ha pronunciato il nome di un terrorista parafrasando lo “slogan” dell'antiterrorismo! E' troppo! Basta! Io non sono Charlie! Rappresentare satiricamente varie divinità o leaders religiosi in maniera oscena sarebbe ironia o al massimo satira, mentre fare della comicità con il nome di un terrorista è reato di apologia di terrorismo? No, non sono d'accordo. La libertà non è indipendente dal rispetto degli altri. Quando viene oltraggiata una divinità o un leader religioso di quella divinità è oltraggio. Sempre e comunque ingiustificabile come sono sempre e comunque ingiustificabili la violenza e il terrorismo. Siamo così sicuri poi, che abbiano attaccato un giornale che veramente rappresenta la libertà di espressione? E' quella del Charlie la libertà di espressione? La libertà, anche di espressione, non può sconfinare nell’oltraggio, perché non è più libertà quella che lede la libertà altrui.

Io sono un cattolico e mi rifiuto di accettare le modalità di espressione del Charlie non soltanto perché offende la mia religione e anche quella degli altri. Forse in Francia ancora fanno confusione tra laicità e laicismo. Ben venga una sana laicità che conosce molto bene i diritti della libertà religiosa, che li difende così come difende lo Stato da qualsiasi estremismo, compreso quello religioso. 

Il fatto che in Francia non esista più il reato di vilipendio alla religione o quello di blasfemia, non significa che ora si abbia il diritto di oltraggiare la religione o di essere blasfemi. Rimangono sempre tali pur non essendo reato. Bene ha detto il filosofo francese Collin: "Esigere che un musulmano divenga un buon cittadino aderendo ai valori della Repubblica di cui la pietra di paragone è «Charlie», significa praticamente escluderlo e dunque gettarlo nelle braccia dei fondamentalisti che non aspettano altro che questo" (Cf. T. Collin, «Je suis Charlie» une faute éthique et politiche, in La Croix, 14-01-2015).

giovedì 18 dicembre 2014

Catechesi: la Conversione

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?". Egli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso". Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi". Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze. (Mt 19, 16-22) 

Che cosa devo fare affinché la mia vita abbia senso? Come devo vivere per cogliere pienamente i frutti della vita? Che cosa devo fare perché la mia vita non trascorra inutilmente? Prima di dare la sua risposta Gesù pone in questione la domanda del giovane sotto un aspetto molto importante: perché mi interroghi su ciò che è buono? In questa domanda si trova la chiave della risposta. Gesù è buono, non inganna. Può essere che non sappiamo spiegare appieno la ragione di questa percezione, ma è certo che essa ci avvicina a Lui e ci apre al suo insegnamento. Lo stesso Gesù manifesta ciò che per noi è buono, donandoci la sua prima catechesi: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. BP diceva che “nessun uomo può essere veramente buono se non crede in Dio e non osserva le sue leggi”. La concretezza della vita dello scout, così come appare dalle sue regole e statuti è veramente notevole. Credo che la difficoltà più grande per un giovane di oggi, non sia quella di osservare la legge di Dio, bensì comprendere come questa legge di Dio si cali nella sua vita, come vada digerita giorno per giorno. Prendere consapevolezza di questo non è facile. È importante perciò rendersi conto innanzitutto di questa percezione di Dio di cui parlavamo sopra. Come percepiamo Dio nel nostro cuore, nella nostra vita? Accorgerci di questo è fondamentale!!! Proprio perché è Dio a prendere l’iniziativa nella nostra vita, non siamo noi. Forse Dio ha permesso che tu entrassi negli scouts proprio per incontrare Lui! Te ne rendi conto! È Dio che ci cerca, Gesù Cristo in persona! Oppure oggi ti sta parlando attraverso p. Fabrizio, oppure ti ha parlato attraverso p. Luca, oppure attraverso un altro capo, o un altro scout?! 


Accorgiti della Presenza di Dio nella tua vita, Egli c’è, è presente, ti sta invitando a seguirLo! Quando hai preso consapevolezza di questo, allora potrai essere consapevole e comprendere perché osservare dei comandamenti. È un invito di Gesù stesso, che vuole il meglio per te, Gesù che è buono, che non ti ingannerà mai, te lo sta chiedendo. Ma, come leggiamo nel Vangelo, una cosa ci manca: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi. Che vuol dire? Vuol dire che nella nostra vita ci sono sempre degli impedimenti a questo invito di Gesù. Questi impedimenti spesso sono affetti disordinati, a persone o cose, dipendenze, vizi, paure, senso di inutilità o di solitudine…CORAGGIO!!! Oggi Gesù ti sta dicendo che tutto questo può essere superato con l’aiuto della sua Grazia! Non sei solo…questa è la strada della felicità, del senso pieno della tua vita, ciò che rendere pieni i tuoi giorni, non più superficiali. Prendendo questa strada non sentirai più la paura di fallire nella tua vita. Spesso le nostre ansie nascono dal fatto che inconsciamente abbiamo dei grandi desideri e nella realtà non riusciamo a metterli in pratica, a volte questo, senza che ce ne accorgiamo ci fa sentire in colpa, e da qui nascono le nostre ansie. Ecco perché possiamo sentirci inutili, a volte! Ma non ci accorgiamo che bruciamo il nostro presente preoccupandoci troppo del passato o del futuro! Il presente è qui e adesso, sta passando ora…questo ci sta dicendo Cristo; in questo contesto si può dire cogli l’attimo, dove l’attimo è Cristo. 


Perché obbedisco? Perché prego? Perché contesto? Perché lavoro? Insomma, il mio cuore cosa cerca? Altro è conoscere i valori e altro è viverli. Fratello, sorella, per mettere in pratica le parole di Gesù occorrono alcuni passaggi normali per la vita e la maturazione di ogni uomo, di ogni donna. Soltanto se noi stessi (che siamo capi!) attraversiamo queste tappe nella nostra vita, potremo condurre gli altri ad essere, uomini e donne, buoni cristiani, buoni scouts e buoni cittadini. 1) Avere un atteggiamento aperto, disponibile all’ascolto, a farsi aiutare, a rinnovarsi, consapevole che non siamo mai arrivati. 2) Guardarsi ma per accettarsi. Siamo fragili, imperfetti, non siamo macchinette perfette. Grazie a Dio siamo uomini e donne, con i loro pregi e i loro difetti. Per maturare abbiamo indispensabilmente bisogno di accettarci per quello che siamo. È inutile nasconderci dietro un dito come se noi avessimo le redini della nostra vita! Basta una piccola sofferenza che schiattiamo! Qual è la nostra fragilità? Diciamocelo, abbiamo terribilmente bisogno di riconoscere a noi stessi le nostre fragilità. Questo è crescere! Trascenderci. Puntare sui valori. I nostri valori sono quelli del cristiano, primo fra tutti l’amore. Siamo persone, non individui. La differenza è che un individuo vive per conto suo, una persona è un essere in relazione. Vivo con e per l’altro! Non vivo da solo e tanto meno per me stesso, anche perché non ci riuscirei. Abbiamo esistenzialmente bisogno degli altri. L’Altro per eccellenza è Dio. Vivendo per l’Altro che è Dio, incontreremo tutti gli altri nella nostra strada


da "La Nuova Sardegna" di Ivana Fulghesu (17/12/2014)

LACONI. In occasione della ricorrenza del 313esimo anniversario della nascita di Sant'Ignazio, avvenuta il 17 dicembre 1701, la cittadina del Sarcidano celebra il suo Santo con due giorni di eventi religiosi e culturali. “Ignaziu, su Santu chi faeddaiat in sardu “ (Ignazio il Santo che parlava in sardo) un titolo emblematico per ripercorrere la vita e l'essenza di un uomo semplice dall' esistenza prodigiosa, un uomo del popolo che parlava la lingua natia e che, senza aver studiato, dimostrava un acume spirituale pari a quello dei più grandi teologi. Ieri, la messa e l'accensione del falò nell'antico rione Pretzu e la rappresentazioneteatrale della vita del Santo.
Oggi, la presentazione multimediale della raccolta di tutti gli atti del lungo e tormentato processo di canonizzazione del Santo. Alle 17 presso il Cineteatro Fabrizio De Andrè verrà presentato : “Il supporto multimediale e la digitalizzazione del processo di canonizzazione di Sant'Ignazio”, con interventi di di Simona Corongiu presidente del consiglio comunale, Fabrizio Congiu docente di Teologia spirituale, Mauro Badas esperto di gosos, Marco Antonio Scanu storico dell'arte, Giorgio Murru direttore del Museo delle Statue Menhir di Laconi, Antonello Cabras presidente della Fondazione Banco di Sardegna. Sono attesi gli assessori regionali al Turismo Francesco Morandi e alla Cultura Claudia Firino.(iv.ful.)

Io credo in Gesù Cristo ma non nella Chiesa

Qui di seguito una catechesi di Giovanni Paolo II sul legame tra Cristo e la Chiesa, per dare una possibilità di conoscere la positività di questo rapporto e la contraddizione dell'assioma "Cristo sì, la Chiesa no".

GIOVANNI PAOLO II
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 24 luglio 1991

1. Stiamo inoltrandoci verso il ciclo di catechesi dedicate alla Chiesa. Abbiamo già spiegato che la professione di questa verità nel Simbolo presenta un carattere specifico, in quanto la Chiesa non è soltanto oggetto della fede ma anche il suo soggetto: noi stessi siamo la Chiesa che professiamo di credere; noi crediamo nella Chiesa essendo contemporaneamente la Chiesa credente e orante. Noi siamo la Chiesa nella sua visibilità che esprime la propria fede nella sua stessa realtà di Chiesa, che è divina e umana: due dimensioni così inseparabili tra loro, che, se ne cadesse una, si annullerebbe tutta la realtà della Chiesa, così come l’ha voluta e fondata Gesù Cristo.
Questa realtà divino-umana della Chiesa è organicamente congiunta alla realtà divino-umana di Cristo stesso. La Chiesa è in un certo senso la continuazione del mistero dell’Incarnazione. Difatti l’apostolo Paolo diceva della Chiesa che è il Corpo di Cristo (cf. 1 Cor 12, 27; Ef 1, 23;Col 1, 24), come Gesù paragonava il “tutto” cristico-ecclesiale all’unità della vite con i suoi tralci (cf. Gv 15, 1-5).
Da questa premessa deriva che il credere nella Chiesa, il pronunciare nei suoi riguardi il “sì” dell’accettazione di fede, è una logica conseguenza dell’intero “Credo”, ed in particolare della professione di fede in Cristo, Uomo-Dio. È una esigenza logica interna al Credo, che dobbiamo aver presente particolarmente ai nostri giorni, quando sentiamo molti fare la separazione, e persino la contrapposizione, tra Chiesa e Cristo, quando per esempio dicono:Cristo-sì, la Chiesa-no. Una contrapposizione non del tutto nuova, ma rilanciata in alcuni ambienti del mondo contemporaneo. È dunque bene dedicare l’odierna catechesi ad un sereno ed accurato esame del significato del nostro sì alla Chiesa, anche in relazione alla contrapposizione appena menzionata.
2. Possiamo ammettere che questa contrapposizione Cristo-sì, Chiesa-no nasce sul terreno di quella particolare complessità del nostro atto di fede, col quale diciamo: “Credo Ecclesiam”. Ci si può chiedere se sia legittimo includere tra le verità divine da credere una realtà umana, storica, visibile come la Chiesa; una realtà che, come ogni cosa umana, presenta limiti, imperfezioni, peccaminosità nelle persone appartenenti a tutti i livelli della sua struttura istituzionale: sia nei laici che negli ecclesiastici, persino in noi pastori della Chiesa, senza che nessuno sia escluso da questa triste eredità di Adamo.
Dobbiamo però costatare che Gesù Cristo stesso ha voluto che la nostra fede nella Chiesa affronti e superi questa difficoltà, quando ha scelto Pietro come “pietra sulla quale edificare la sua Chiesa” (cf. Mt 16, 18). Si sa dal Vangelo, che riporta le stesse parole di Gesù, quanto fosse umanamente imperfetta e fragile la roccia prescelta, come Pietro dimostrò al momento della grande prova. E tuttavia il Vangelo stesso ci attesta che la triplice negazione compiuta da Pietro, poco tempo dopo le assicurazioni di fedeltà date al Maestro, non ha cancellato la sua elezione da parte di Cristo (cf. Lc 22, 32; Gv 21, 15-17). Si può invece notare che Pietro raggiunge una nuova maturità attraverso la contrizione per il suo peccato, così che, dopo la risurrezione di Cristo, può bilanciare la sua triplice negazione con la triplice confessione: “Signore, tu lo sai che io ti amo” (Gv 21, 15), e può ricevere da Cristo risorto la triplice conferma del suo mandato di pastore della Chiesa: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15-17). Pietro, poi, diede prova di amare Cristo “più degli altri” (cf. Gv 21, 15) servendo nella Chiesa, secondo il suo mandato di apostolato e di governo, sino alla morte per martirio, questa sua definitiva testimonianza per l’edificazione della Chiesa.
Riflettendo sulla vita e sulla morte di Simon Pietro, è più facile passare dalla contrapposizioneCristo-sì, Chiesa-no alla convinzione Cristo-sì e Chiesa-sì, come prolungamento del sì a Cristo.
3. La logica del mistero dell’Incarnazione - sintetizzata in quel “sì a Cristo” - comporta l’accettazione di tutto ciò che nella Chiesa è umano, per il fatto che il Figlio di Dio assunse la natura umana, in solidarietà con la natura contaminata dal peccato nella stirpe di Adamo. Pur essendo assolutamente senza peccato, egli prese su di sé tutto il peccato dell’umanità: Agnus Dei qui tollit peccata mundi. Il Padre “lo trattò da peccato in nostro favore”, scriveva l’apostolo Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi (2 Cor 5, 21). Perciò la peccaminosità dei cristiani (dei quali si dice, a volte non senza ragione, che “non sono migliori degli altri”), la peccaminosità degli stessi ecclesiastici non deve suscitare un atteggiamento farisaico di separazione e di rifiuto, ma deve piuttosto spingerci a una più generosa e fidente accettazione della Chiesa, a un sì più convinto e più meritorio in suo favore, perché sappiamo che proprio nella Chiesa e mediante la Chiesa questa peccaminosità diviene oggetto della potenza divina della redenzione, sotto l’azione di quell’amore che rende possibile e realizza la conversione dell’uomo, la giustificazione del peccatore, il cambiamento di vita e il progresso nel bene a volte sino all’eroismo, cioè alla santità. Come negare che la storia della Chiesa è piena di peccatori convertiti e penitenti, che, una volta tornati a Cristo, lo hanno seguito fedelmente sino alla fine?
Una cosa è certa: la via che Gesù Cristo - e la Chiesa con lui - propone all’uomo è carica diesigenze morali, che impegnano al bene, fino alle vette dell’eroismo. Bisogna dunque fare attenzione se, quando si pronuncia un “no alla Chiesa”, in realtà non si cerchi di sfuggire a quelle esigenze. In questo più che in ogni altro caso, il “no alla Chiesa” equivarrebbe a un “no a Cristo”. Purtroppo l’esperienza dice che molte volte è così.
D’altra parte non si può non osservare che se la Chiesa - nonostante tutte le debolezze umane e i peccati dei suoi membri - nel suo insieme rimane fedele a Cristo, e riporta a Cristo molti suoi figli venuti meno agli impegni del loro battesimo, ciò avviene grazie alla “potenza dall’alto” (cf. Lc 24, 49), lo Spirito Santo, che la anima e la guida nel suo periglioso cammino nella storia.
4. Dobbiamo però aggiungere che il “no alla Chiesa” viene talvolta basato, non sui difetti umani dei membri della Chiesa, ma su un principio generale di rifiuto di mediazione. C’è infatti gente che, ammettendo l’esistenza di Dio, vuole instaurare con lui contatti esclusivamente personali, senza accettare nessuna mediazione tra la propria coscienza e Dio, e quindi rifiutando prima di tutto la Chiesa.
Si badi, però: la valorizzazione della coscienza sta a cuore anche alla Chiesa, che, sia nell’ordine morale, sia sul piano più specificamente religioso, ritiene di essere portavoce di Dio per il bene dell’uomo, e quindi illuminatrice, formatrice, ministra della coscienza umana. Il suo compito è di favorire l’accesso delle intelligenze e delle coscienze alla verità di Dio, che si è rivelata in Cristo, il quale ha affidato agli Apostoli e alla Chiesa questo ministero, questadiaconia della verità nella carità. Ogni coscienza, animata da un sincero amore della verità, non può non desiderare di sapere e quindi di ascoltare - almeno questo - ciò che il Vangelo predicato dalla Chiesa dice all’uomo per il suo bene.
5. Ma spesso il problema del sì o del no alla Chiesa si complica proprio a questo punto, perché è la stessa mediazione di Cristo e del suo Vangelo che viene rifiutata: sicché si tratta di un no a Cristo, più ancora che alla Chiesa. Un tale fatto è da prendere in seria considerazione da parte di chi ritiene di essere e vuole essere cristiano. Egli non può ignorare il mistero dell’Incarnazione, per il quale Dio stesso ha concesso all’uomo la possibilità di stabilire un contatto con lui solo mediante il Cristo, Verbo Incarnato, del quale dice San Paolo: “Uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1 Tm 2, 5). E che fin dall’inizio della Chiesa gli Apostoli predicavano che “non vi è (fuori di Cristo) altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12). E che Cristo istituì la Chiesa come una comunità di salvezza, nella quale si prolunga sino alla fine dei secoli la sua mediazione salvifica in virtù dello Spirito Santo da lui mandato. Il cristiano dunque sa che secondo la volontà di Dio l’uomo - il quale, proprio come persona, è un essere sociale - è chiamato ad attuare il contatto con lui proprio nella comunità della Chiesa. E che non è possibile separare la mediazione dalla Chiesa, la quale partecipa della funzione di Cristo come mediatore tra Dio e gli uomini.
6. Non possiamo, infine, ignorare che il “no alla Chiesa” molto spesso ha radici ancora più profonde, sia nelle persone singole sia nei gruppi umani e negli ambienti - specialmente in certi settori di vera o presunta cultura - dove non è difficile, oggi come e forse più che in altri tempi, trovare atteggiamenti di rifiuto o addirittura di ostilità. In fondo si tratta di una psicologia caratterizzata dalla volontà di una totale autonomia, nascente dal senso dell’autosufficienza personale o collettiva, per cui ci si ritiene indipendenti dall’Essere sovrumano che viene proposto - o anche interiormente scoperto - come autore e signore della vita, della legge fondamentale, dell’ordine morale, e quindi come fonte della distinzione tra il bene e il male. C’è chi pretende di stabilire da sé ciò che è buono o cattivo, e rifiuta quindi di essere “eterodiretto”, sia da un Dio trascendente sia da una Chiesa che lo rappresenta in terra.
Questa posizione proviene generalmente da una grande ignoranza della realtà. Dio viene concepito come un nemico della libertà umana, come un padrone tirannico, mentre è proprio Lui ad aver creato la libertà e ad esserne il più autentico amico. I suoi comandamenti non hanno altro scopo se non di aiutare gli uomini a evitare la peggiore e più vergognosa delle schiavitù, quella dell’immoralità, e di favorire lo sviluppo della vera libertà. Senza una relazione fiduciosa con Dio non è possibile alla persona umana attuare pienamente la propria crescita spirituale.
7. Non c’è quindi da stupirsi quando si osserva che un atteggiamento di radicale autonomismo produce facilmente una forma di soggiogamento ben peggiore della paventata “eteronomia”: cioè la dipendenza da opinioni altrui, da vincoli ideologici e politici, da pressioni sociali; o dalle proprie inclinazioni e passioni. Quante volte chi crede di essere e si vanta di essere un indipendente, un uomo libero da ogni servitù, si rivela poi così soggiacente all’opinione pubblica e alle altre forme antiche e nuove di dominio sullo spirito umano! È facile constatare che ha un prezzo molto alto il tentativo di fare a meno di Dio, o la pretesa di prescindere dalla mediazione di Cristo e della Chiesa. Era necessario richiamare l’attenzione su questo problema per concludere la nostra introduzione al ciclo di catechesi ecclesiologiche a cui ora daremo inizio. Oggi ripetiamo ancora una volta: “sì alla Chiesa”, proprio in forza del nostro “sì a Cristo”.

domenica 14 dicembre 2014

La mia vocazione


Tutto cominciò quando avevo 11 anni. Un compagno di classe mi invitò all’oratorio e poi anche a fare il chierichetto. Accadde così che mentre svolgevo il mio servizio all’altare iniziai ad ascoltare con attenzione le parole che il sacerdote pronunciava durante la Messa e capii che quelle parole erano rivolte a Dio in nome del popolo. Tra me e me pensai: “Se si rivolge a Dio è un pazzo, oppure Dio esiste veramente! Se Dio esiste allora ci si può rivolgere a Lui”. 
Fino a quel momento infatti, io non frequentavo la parrocchia e nessuna chiesa e non mi ero mai messo il “problema” di Dio, nonostante pochi anni addietro avessi ricevuto la Prima Comunione. Nella mia famiglia, infatti, fino a quel momento, nessuno frequentava la chiesa e nessuno percorreva un cammino di fede. Feci questa preghiera: “Dio della Messa, se esisti, fatti sentire anche da me”. La risposta arrivò qualche mese dopo, quando, quasi improvvisamente, iniziai ad avvertire una presenza fortissima dentro di me, così forte che non ebbi nessun dubbio, anche se a 11 anni: Qualcuno aveva preso dimora dentro di me. Capii che il Dio della Messa esisteva e aveva risposto, e in quel momento iniziò a formarsi dentro di me anche un’altra consapevolezza: se Dio esisteva ed era capace di farsi sentire così forte, allora valeva la pena dare tutta la vita per Lui. In quegli anni fu molto importante la presenza di quel sacerdote di cui parlavo sopra, il quale con molta amorevolezza si dimostro sempre disponibilissimo nei miei confronti per spiegarmi tutte le mie curiosità su Dio, sulla Chiesa. Anche lui era un innamorato di Dio e ciò che io iniziai a sentire in quel periodo, in lui era ormai consolidato da tanti anni e da tanta esperienza. Oggi dico: grazie a Dio che ha messo nella mia strada un simile sacerdote! In seguito entrai in seminario, poi uscii e rientrai di nuovo, poiché in effetti la vocazione doveva fare i conti con la mia turbolente adolescenza. Già allora mi piaceva molto leggere, e tra le tante letture mi colpirono in particolare due: la figura di p. Cristoforo ne I promessi sposi, una biografia di san Francesco d’Assisi. Questi temi fecero nascere in me il desiderio di consacrarmi a Cristo attraverso la vita francescana e questo si rese possibile attraverso la conoscenza di un'altra persona: un sacerdote che era anche frate. La “frittata” era fatta. Dopo due anni da quest’ultima conoscenza, lasciai il seminario per entrare in convento all’età di 19 anni. Da quel giorno sono passati altri 17 anni e quella Presenza fortissima non se n’è più andata, ha stravolto la mia vita e ne sono felice! Nonostante i miei limiti e le mie difficoltà e i tanti errori, sento di essere amato gratuitamente e di essere chiamato a restituire lo stesso amore.

Fonte: lamiavocazione.it

mercoledì 27 giugno 2012

Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia...


LAUS DEO!




PONTIFICIA UNIVERSITAS ANTONIANUM

Facultas Theologiae - Specializatio in Spiritualitate

Fabrizio Congiu

ha difeso la tesi dottorale

Storiografia sui Frati Minori Cappuccini di Sardegna 
(1828-1999)

Lunedì 25 giugno 2012 
(aula Sant’Antonio) 




giovedì 1 dicembre 2011

Laconi. Benvenuto Padre Fabrizio!




La Comunità parrocchiale laconese il 21 Ottobre era doppiamente in festa. Per il 60° anniversario della canonizzazione di Sant’Ignazio, e per l’ingresso ufficiale di Padre Fabrizio Congiu come nuovo Parroco. È il 26° parroco dal 1583. Nei 54 anni di presenza dei frati nel nostro paese, è il 10° cappuccino a guidare la comunità. Ha presieduto la solenne concelebrazione Mons. Umberto Lai, Vicario generale. Erano presenti Padre Salvatore Murgia (Provinciale Cappuccini), alcuni definitori e diversi cappuccini che hanno concelebrato. Ad accompagnare Padre Fabrizio, in quest’importante momento, la madre, e i fratelli giunti da Cagliari. Non è mancata la vicinanza di tanti parenti e amici che sono voluti essere presenti per dimostrare a P. Fabrizio il loro affetto. Hanno partecipato: il sindaco Paolo Pisu, il vice Gianni Murgia e altri membri della giunta; il maresciallo Massaglia dei Carabinieri, il dott. Ennio Filigheddu, Direttore generale dell’Azienda Ospedaliera universitaria di Cagliari e il dott. Piero Tamponi, Direttore amministrativo della stessa, essendo stato Padre Fabrizio, fino a poco fa tempo cappellano dell’Ospedale San Giovanni di Dio. La Solenne Concelebrazione è stata molto partecipata. L’omelia è stata d’ampio respiro ecclesiologicopastorale. Al novello parroco hadetto: “Stiamo celebrando l’anniversario della canonizzazione di Sant’Ignazio. Egli era un illetterato, ma è stato un annunciatore del Vangelo, che si può annunziare in tanti modi. Con la sapienza della Parola, del linguaggio forbito ma anche con il silenzio, con le parole dette sottovoce, soprattutto con una testimonianza convinta dei valori che con la Parola si annunziano”. Ai parrocchiani ha augurato di “poter incontrare in Padre Fabrizio un fratello che v’indica la strada che ci conduce a Dio, anzi che vi aiuti a scoprirLo già presente tra voi. Molte volte Dio è vicinissimo e non ce n’accorgiamo”. Padre Fabrizio, riprendendo un passaggio dell’ultima lettera Pastorale di Mons. Sanna: “Non c’è né un momento, né un luogo sacro per operare il bene, ma tutti i momenti e tutti i luoghi sono sacri, perché in tutti i momenti e in tutti i luoghi si può far sentire la voce dello Spirito”. “Tutte le persone sono sacre! Nessuno più o meno peccatore che sia, è talmente lontano che non possa sentire la voce di Dio”. Padre Fabrizio, 33 anni, cagliaritano, è presbitero dal 12 Aprile 2007. Nel 2006 ha conseguito il Baccalaureato presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Ha proseguito i suoi studi nel Collegio Internazionale S. Lorenzo a Roma, dove nel 2008 ha ottenuto la Licenza in Teologia Spirituale e Francescanesimo. È docente di Teologia Spirituale nella Facoltà Teologica del Sacro Cuore, a Cagliari. Al termine della Santa Messa i presenti si sono ritrovati nel salone della Casa del Pellegrino per un rinfresco, offrendo l’occasione di incontrarsi e, di salutare il novello parroco. La fraternità di Laconi è composta da: Padre Fabrizio Congiu (Parroco e Guardiano), Padre Mario (vice parroco e vicario), Padre Isidoro (vicario parrocchiale), Padre Andrea (vicario parrocchiale e responsabile dell’Oasi Francescana Sant’Ignazio da Laconi), frà Danilo (religioso professo). Un cordiale ringraziamento a Padre Mario che ha guidato la comunità parrocchiale da Luglio 2010 ad Ottobre 2011. Il Signore lo ricompensi, come afferma Gesù nel Vangelo di Luca, con « una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo », per il suo generoso e amorevole servizio, nonostante i tanti problemi di salute. La sua attività pastorale a servizio dei fedeli laconesi è stata testimonianza silenziosa ma profondamente eloquente di come si possa vivere la malattia alla luce della Fede.
Fabio Murgia
L'Arborense

mercoledì 2 novembre 2011

Nuovo parroco a Laconi



Mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, il 1 0ttobre 2011, ha nominato parroco di Laconi il nostro confratello P. Fabrizio Congiu, designato per questo ufficio dal P. Provinciale con il consenso del suo definitorio. Il 21 ottobre P. fabrizio ha preso possesso ufficialmente del suo nuovo incarico nel corso di una solenne concelebrazione presieduta dal vicario generale della diocesi, Mons. Umberto Lai, alla presenza di sacerdoti diocesani e di confratelli di diverse fraternità. P. Fabrizio Congiu è nato a Cagliari il 21.3.1978, ha emesso la sua professione temporanea il 09.09.2000, quella perpetua il 14.09.2003, ed è stato ordinato sacerdote il 12.04.2007. Licenziato a Roma in teologia Spirituale, insegna Spiritualità alla facoltà di teologia di Cagliari. Cappellano all’Ospedale S. Giovanni di Dio, lascia questo incarico per assumere quello di Pastore della Parrocchia di Laconi. a P. Fabrizio auguriamo un fecondo apostolato.

Il Foglio (Novembre 2011)


giovedì 27 ottobre 2011

A Laconi sulle orme di Sant’Ignazio:
“La nostra direzione è l’eternità”
di Sergio Nuvoli in Il Portico (30/10/2011)


Padre Fabrizio Congiu è il nuovo guardiano e parroco nelpaese del santo più amato.



Frate cappuccino, 33 anni, cagliaritano:
“Tutte le persone sono sacre, nessuno è così lontano da non sentire la chiamata di Dio”



UN FRATE CAPPUCCINO cagliaritano di 33 anni è il nuovo parroco di Laconi: si tratta di padre Fabrizio Congiu, che nei giorni scorsi è stato introdotto nella nuova sede da mons. Umberto Lai, vicario dell'arcivescovo di Oristano Ignazio Sanna. Nato il 21 marzo '78 a Cagliari e prete dall'aprile 2007, il neoparroco collaborava finora con padre Emiliano nella cura degli ammalati tra le corsie del San Giovanni di Dio. Ora il nuovo incarico affidatogli dal Provinciale dei cappuccini sardi, padre Salvatore Murgia. Nel curriculum padre Fabrizio vanta tra l'altro gli studi per la specializzazione in Spiritualità all'Antonianum e un diploma di archivista dell'Archivio Segreto Vaticano conseguito nel 2008, oltre che periodi di studio all'estero (ha studiato anche alla Sorbona). Giornalista pubblicista, attualmente insegna in Facoltà teologica. Data davvero particolare per l'ingresso, coincidente con il sessantesimo anniversario della canonizzazione di Sant'Ignazio: “Quello di padre Fabrizio - ha detto padre Murgia presentandolo ai tanti laconesi presenti in chiesa - è un ingresso di servizio fatto nella preghiera. L'augurio è di consumare la sua vita dandosi completamente al paese”. Dopo il saluto del sindaco, Paolo Pisu, che ha assicurato “leale e correttorapporto istituzionale e personale” e definito Laconi la “piccola Assisi sarda”, il vicario di mons. Sanna ha sottolineato come “il parroco venga inviato alla comunità in nome di Dio e in nome della Chiesa. Cristo continua ad essere presente attraverso l'opera delle persone che operano nella Sua Chiesa: padre Congiu è un giovane sacerdote in continuità di fede, unità e comunione ecclesiale”. Ai fedeli del paese l'augurio “che possano incontrare in lui il Buon Pastore, un fratello che vi aiuti a scoprire Cristo presente nella vostra vita”. L'eco di parole sentite quattro anni fa quando,ordinandolo sacerdote, l'Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani richiamò il concetto espresso da Giovanni Paolo II in “Dono e Mistero”, con le due dimensioni del sacerdozio: “dono”, perché da tutta l'eternità Dio ha pensato evoluto che Fabrizio diventasse suo sacerdote, e “mistero”, perché solo il Signore sa la grandezza, la profondità e la bellezza di questo dono”. Hanno concluso la celebrazione le parole del neoparroco, che esprimendo un profondo senso di gratitudine per “l'amore con cui Dio mi coinvolge da tanti anni, cercando di sciogliere la durezza del mio cuore”, ha accennato le linee pastorali incentrate sulla parola di Dio, sulla tradizione e sul Magistero. Un programma concreto ma anche impegnativo, per camminare sulle orme di Sant'Ignazio: “Tutte le persone sono sacre: nessuno è tanto lontano da non sentire la voce di Dio. La direzione della nostra strada - ha concluso padre Fabrizio - è l'eternità”.














sabato 28 novembre 2009

domenica 18 ottobre 2009

Ciao Beppe...



Da "Il Portico" (18/10/2009)

“Sorella Morte”, come la chiamava Francesco d’Assisi, è passata nel convento dei Cappuccini a Cagliari, e insieme a fratello Beppe, sono andati dal Padre, per continuare all’infinito quella vita già iniziata nel tempo. Il vangelo dell’ultima S. Messa alla quale fra Beppe ha partecipato diceva che non basta osservare i comandamenti per ereditare la vita eterna, ma occorre anche avere il coraggio e l’umiltà di lasciare ogni cosa, di vendere tutto e di seguire personalmente il maestro Gesù. Così abbiamo visto l’ultima volta fra Beppe, con lo zaino in spalla, pronto a partire. Ha preso appuntamenti con tanti, ma gli appuntamenti possono aspettare, seguire Gesù no, questo è un appuntamento che ha la priorità su tutti gli altri. Tante riunioni, tanti incontri e anche tanti scontri, tanta voglia di confrontarsi nella ricerca dell’unica Verità. La fede ci illumina, crediamo e sappiamo che la morte è stata vinta, eppure non ci sembra vero: ci hai lasciati. Hai amato tanti e tanti ti hanno amato, hai aiutato gli altri ad amare Dio, forse soprattutto attraverso il tuo prodigarti per il Beato Nicola. Tempo fa scrivevi: “Fra Nicola dinanzi ai rimproveri, le denigrazioni, le incomprensioni, le difficoltà, decide di aprire il Vangelo scoprendo che la pazienza richiede di vivere secondo il cuore di Dio che, parlando, dona il tempo all’uomo per una risposta, e attende che questa arrivi alla conversione. Il concedere il tempo di maturazione, di riflessione non è semplice impassibilità, ma è la lungimiranza del suo amore, un amore che «non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ezechiele 33,11). Dinanzi al sentire l’impazienza dell’umanità, Fra Nicola dice poche parole che cadono nella profondità del cuore di chi lo ascolta. Sono parole che richiedono il tempo della morte e della gestazione nel Vangelo per produrre l’unico frutto maturo della fede: la conversione” (Voce Serafica, 01/2009). Solo qualche mese fa parlavi di morte, una morte che arriva solo quando ci ha donato il tempo della risposta necessaria. Era un articolo sulla pazienza di fra Nicola, una pazienza che assomiglia tanto alla morte, perché la pazienza assomiglia alla morte spirituale, perché la pazienza secondo il cuore di Dio, è quel frutto della Grazia che si trasforma in Prudenza che sa aspettare, perché Egli vuole che ci convertiamo e viviamo. “Non è semplice impassibilità, ma lungimiranza del suo amore”, sono le tue parole, quelle che oggi ci lasci come tuo testamento. Tu hai avuto il tuo tempo, anche poche ore prima del tuo passaggio hai aperto il Vangelo per spiegarlo alla gente con la tua solita passione. Caro Beppe, ora che contempli faccia a faccia quell’Amore Paziente, prega per noi, per la nostra Provincia e per tutti quelli che ti hanno conosciuto, perché impariamo, sulle orme dell’Unico Maestro a comprendere sempre di più Dio che è Mistero, che è anche trascendenza. Abbiamo tanto bisogno di convertirci, di comprendere che Dio ci parla attraverso la fraternità, una fraternità ecclesiale, che è soprattutto Corpo Mistico di Cristo. A presto, caro Beppe, un abbraccio di cuore, ti voglio bene. Tuo fratello in Cristo, Fabrizio.

Costa d'Avorio - Settembre 2009

La mia prima e meravigliosa esperienza in Africa...due settimane intense dove ho incontrato i missionari Cappuccini della Costa 'Avorio, le Clarisse della Capitale Abidjan, le famiglie di città e dei villaggi, tanti tipi di ricchezza e tanti tipi di povertà


Qui celebravo la messa nel villaggio di Alepé. Il coro canta e balla, son vestiti tutti uguali e formano una coreografia che aiuta tanto la preghiera



Le Clarisse, alle quali ho parlato della Regola di san Francesco





I frati ai quali ho predicato gli esercizi spirituali. Venivano anche da diverse nazioni vicine, oltre gli italiani...



La famiglia del mio amico fra Zaccaria



Col mio amico fra Zaccaria



Le strade per raggiungere i villaggi dove i missionari portano l'annuncio di Gesù Cristo



Come si presentano le strade dei villaggi...



Anche se siamo in città, le condizioni di lavoro sono molto precarie



Un minareto in un piccolo villaggio. La maggioranza della popolazione è musulmana, un 5% cattolico, e poi si denota la presenza di tante piccole sette